Il Polo culturale Cappuccini a Sala Consilina (SA): un’esperienza architettonica

di Alessandro D’Aloia


La sera dell’inaugurazione del teatro Scarpetta, ho avuto la fortuna di poter discutere con l’architetto Tommaso Cimmino, autore dell’opera, che mi ha illustrato gli spazi, sia quelli più visibili, che quelli più raccolti, del progetto che lo ha accompagnato per un bel pezzo della sua vita professionale. È stato un viaggio solo “interno”, perché era oramai sera, ma è bastato a suggerirmi la sensazione che si trattasse di un evento a suo modo straordinario per il nostro territorio. In una sola sera, quasi all’improvviso (non avevo seguito più di tanto le vicende del teatro a Sala Consilina), tutti i luoghi comuni che colonizzano, anche non volendo, le nostre menti mi sono sembrati infondati. Allora non è impossibile vedere sorgere anche nella nostra epoca e dalle nostre parti delle architetture? La nostra epoca, cioè quella della crisi generalizzata dell’edilizia, dell’economia e dei valori e le nostre parti, quelle cioè dove per definizione è inutile cercare anche solo di parlare di architettura. Non mi sembrava vero, eppure mi trovavo lì a passeggiare in degli spazi (realizzati) inusuali, dove era possibile cogliere, cosa più unica che rara, una coerenza dietro le scelte formali e funzionali e dove con un gesto molto semplice, ma molto deciso, si sono realizzati diversi fatti architettonici con la capacità di dare vita ad un’opera che è a tutti gli effetti una sola cosa con il proprio contesto. Già solo questo fatto, l’osmosi con il contesto, ci dice che è inutile cercare il gesto eclatante, il prospetto da copertina o, peggio ancora, l’ego dell’autore dietro alla spettacolarità di soluzioni avveniristiche, nulla di tutto ciò, solo misura e riguardo per il luogo. Qui siamo di fronte ad un’opera che per quanto più è nascosta, tanto più riserva sorprese. Luis Kahn diceva che uno spazio senza luce naturale non è uno spazio, forse estremizzo un po’ il concetto, ma il succo era questo. Eppure c’è una tipologia architettonica che vive proprio di questa peculiarità, di questa cesura netta tra interno ed esterno. Questa tipologia è il teatro, con le sue sotto categorie di auditorium, sale concerti, cinema e così via. Succede però in genere che nonostante la necessità funzionale di non avere luce naturale all’interno delle sale teatrali, per forza di cose questi enormi volumi sorgano fuori terra, occupando parti importanti di città altrettanto importanti. In questo caso no. In questo caso il teatro è ipogeo, o più correttamente semi-ipogeo. Questa trovata, che ha dello straordinario, ha permesso di inserire un volume di dimensioni importanti in un contesto storico, risolvendo anche urbanisticamente un problema di raccordo tra livelli altimetrici fortemente differenziati e senza che si potesse sentire il “peso” di questa cubatura. Grazie a questo scomparire del volume è stato possibile pensare ad un accostamento, per altri versi inusuale, tra il teatro e la preesistenza: il convento seicentesco dei Cappuccini con la sua chiesa, ormai sconsacrata. Questo accostamento è un dispositivo fenomenale di sorprese.
Chi giunge al teatro per assistere ad uno spettacolo infatti non ha nessuna percezione del volume che lo ospiterà, e per di più ha, grosso modo, la medesima impressione che aveva il credente praticante che si recava a messa, visto che entra, di fatto, in una chiesa. Espediente che contribuisce ad una sorta di ritualizzazione degli eventi culturali che vi si svolgono.


Convento dei Cappuccini, Vietri di Potenza

 In questa chiesa c’è la prima sorpresa, infatti il percorso che accompagna verso la sala del teatro, costeggia lo spazio della navata centrale, ed unica, della “chiesa ad aula”, attraverso un’apparente navata laterale, apparente perché il suo manifestarsi è il frutto dell’intuito dell’autore, che ha pensato di aprire dei varchi nella successione di cappelle sull’ala sinistra dell’aula, creando di sana pianta una navata laterale mai esistita ed oggi perfettamente funzionale al percorso verso il teatro. L’impianto della chiesa e del convento, giunto a noi anche abbastanza rimaneggiato è quasi perfettamente confrontabile con quello del coevo convento dei Cappuccini che si trova a Vietri di Potenza, il quale ha una conformazione più compatta di quello di Sala Consilina per quanto riguarda la disposizione del chiostro ma identica per la parte della chiesa.

Dalla pianta del convento di Vietri, è possibile farsi un’idea di come doveva essere il convento di Sala Consilina e nella fattispecie di come si presentava lo spazio sulla sinistra dell’aula della chiesa prima della reinterpretazione che l’autore ne ha fornito in vista della nuova funzione. L’accostamento tra nuovo e preesistenza ha un’ulteriore implicazione. Non si è trattato solo di inserire una nuova funzione in un complesso già attivo, ma di rifunzionalizzare tutta la preesistenza in coerenza con la nuova destinazione. Questo però non era possibile senza intervenire sulla stessa preesistenza storica, facendo un’opera di chiarificazione, di consolidamento e di rinnovamento dove necessario, secondo un filo conduttore molto chiaro che permette di parlare di una vera e propria opera di restauro, accanto a quella di ampliamento.
Struttura di copertura, prima dei lavori
Nuova struttura di copertura
Il Complesso Cappuccini dopo i lavori
L’inserimento del nuovo nel rispetto dell’antico e secondo i canoni di una reciproca stima. Nessun intento di mimetismo infatti offusca in qualche modo le scelte. Da un lato il preesistente, così come pervenuto, appena ripulito da quelle sovrastrutture che non solo appesantivano la struttura preesistente ma ne negavano la spazialità, come ad esempio, il soppalco che divideva in due livelli l’invaso della chiesa, dall’altro il contemporaneo, schiettamente presente senza complessi di inferiorità. In questa coesistenza schietta, ma risolta in modo raffinato (basti pensare all’apparecchiatura della pavimentazione dell’ambiente interno chiesa-percorso d’ingresso) si è giocata l’infrazione di un altro dei tabù architettonici che caratterizzano l’operato dalle nostre parti: l’insopportabile mimetismo estetico di un falso nuovo, che vuole, subdolamente, sembrare antico. Di tutto questo non c’è traccia in quest’opera, tanto discreta quanto decisa. Si accennava all’inizio alla felice soluzione urbanistica del dislivello esistente tra la strada e la quota di imposta del volume fuori terra del convento. Infatti il volume della sala teatrale, che ospita cinquecento posti a sedere organizzati su una platea e una galleria, crea come una successione di terrazze digradanti percorribili, il tetto del teatro è infatti organizzato come tetto giardino percorribile (finalmente un concetto lecorbusiano approda anche dalle nostre parti), dal quale un sistema di rampe panoramiche si raccorda al piano posto a valle, il quale si configura a sua volta come una cavea all’aperto con il Vallo di Diano come scena. Questa sistemazione dei percorsi esterni, resa possibile dalla soluzione semi-ipogea della sala teatrale, conferisce una dimensione urbana al complesso, che è potenzialmente attraversabile, percorribile con una vera e propria passeggiata architettonica (un secondo concetto lecorbusiano, finalmente a portata di piede, la promenade architecturale).

Pianta Piano Primo – ante e post  intervento

Sezioni Longitudinali – ante e post  intervento

Due parole anche sulle altre funzioni che, in coerenza con quella dominante teatrale, restano nel solco della cultura e che permettono di definire il complesso quale “Polo culturale Cappuccini”. È infatti presente anche la biblioteca, un centro studi, un museo, l’auditorium (nello spazio della chiesa), un’area espositiva, l’archivio, e gli uffici. All’esterno la sistemazione del piano sul quale poggiano sia il preesistente convento che il nuovo volume del teatro, si trova anche una cavea scoperta (arena all’aperto) che guarda verso il panorama del Vallo di Diano, sfondo ideale della stessa passeggiata architettonica che collega il tetto giardino e la strada superiore con questo livello. Dal livello dell’area, in cui c’è anche una zona pic-nic, tuttavia si continua a digradare con terrazze successive in cui sono sistemati i parcheggi e in fondo alle quali si trova l’area sportiva dotata di un campo di calcio ed uno di tennis. È dunque possibile nel Vallo di Diano oggi assistere al compiersi di un’opera pubblica in grado di ricordarci che esiste, ancora, un senso del “fare architettura” per la collettività.

24 giugno 2017

Gav Paper 01
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