L’Incompatibilità genetica del Vallo di Diano con l’attività estrattiva

di Alessandro D’Aloia

Antefatti

Dopo le passate vicende che a partire dal 2012, a più riprese, hanno visto il Vallo di Diano farsi oggetto degli appetiti delle grosse multinazionali del petrolio e che hanno determinato, per fortuna, la nascita di resistenze locali al modello di progresso della crescita continua, sotto forma del “Comitato NO Petrolio nel Vallo di Diano”, mentre nel frattempo anche a livello nazionale si formava il “Coordinamento NazionaleNoTriv” promotore del Referendum del 17 aprile 2016 contro le trivellazioni (vinto ma senza raggiungere il quorum), la Shell, preda di un’irrefrenabile coazione a ripetere, inoltrava alla Regione Campania Istanza di permesso di ricerca di idrocarburi in terraferma denominata “Monte Cavallo” a dicembre 2016. Questo il link per chi volesse approfondire il documento di 118 pagine. La lettura, anche superficiale, dell’istanza permette di capire come la Shell, richiedendo l’istallazione, solo in una prima fase, di 195 “geofoni” disposti secondo una maglia di 1×1 km, con possibilità di spostarli di 200 m in caso di eventuali ostacoli di vario tipo, sembrava puntare allo sfruttamento petrolifero degli eventuali giacimenti presenti nel Vallo di Diano. Un geofono è uno strumento per la segnalazione e la rivelazione delle onde acustiche che si propagano nel sottosuolo, cioè un sismografo usato per rilevare la forma delle onde elastiche prodotte nel suolo nelle operazione di prospezione sismica. La prospezione sismica è, tra le altre cose, utilizzata nell’esplorazione petrolifera.

Si trattava dunque, per ora, di “sondare” l’eventuale presenza di idrocarburi e di aprire, presumibilmente, la strada verso il possibile sfruttamento petrolifero del Vallo di Diano, come già avviene per la Val D’Agri, nel caso si fosse potuta riscontrare effettivamente la presenza di petrolio. L’istanza riguardava la prospezione del Monte Cavallo che si trova immerso in aree protette. Esso ricade infatti in zona SIC (Siti di Importanza Comunitaria), in zona ZPS (Zona a Protezione Speciale), nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano e lambisce la Riserva Naturale Regionale Foce Sele Tanagro. La felpata istanza della Shell ci teneva però a rassicurare che: “nessun geofono verrà posizionato all’interno dell’area del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano”.

È del 24 marzo la notizia dell’approvazione del provvedimento della Regione Campania che invece vieta la prospezione, la ricerca, l’estrazione e lo stoccaggio di idrocarburi liquidi e gassosi nonché la realizzazione delle relative infrastrutture tecnologiche sulle aree del Distretto Idrografico dell’Appennino Meridionale, ponendo un divieto esplicito alle trivellazioni dove c’è una ricchezza d’acqua da tutelare. Si tratta di un’evidente vittoria delle ragioni della tutela delle risorse comuni su quelle dei profitti privati, vittoria che ha visto il Vallo di Diano come terreno di scontro. Il provvedimento recepisce il principio per il quale l’estrazione petrolifera non può avvenire quando a rischio c’è l’acqua. La decisione spettava alla Regione, la quale è tornata ad avere voce in capitolo dopo gli emendamenti allo Sblocca Italia voluti dal Governo Renzi proprio per scongiurare i citati referendum del 2015 contro le trivellazioni e ancor più dopo la sconfitta del governo al referendum costituzionale del 4 dicembre, che pure in modo meno diretto di quelli sulle trivellazioni, riguardava, tra le altre cose, i rapporti tra potere centrale e locale su questioni di carattere territoriale. Per comprendere meglio il perché di questo, per ora innovativo, approccio alla tutela del territorio, considerato nelle sue componenti strutturali più che solamente paesaggistiche, può essere utile approfondire alcuni aspetti venuti fuori dal convegno sulle aree naturali protette tenutosi alla Certosa di Padula il 15 febbraio scorso.

Locandina­

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Istanza Shell Monte Cavallo

Il convegno su Le aree naturali protette. L’alternativa verde al petrolio

In seguito alla venuta alla ribalta dell’ultima iniziativa della Shell, il 15 febbraio alla Certosa di Padula, nei locali della Comunità Montana Vallo di Diano, si è tenuto un convegno su Le aree naturali protette. L’alternativa verde al petrolio, con il patrocinio del «Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano», della «Regione Campania Ente Riserve Naturali Foce Sele – Tanagro – Monti eremita – Marzano», del «Parco Nazionale Appennino Lucano Val D’Agri Lagonegrese», di «Federparchi», di «Strategia Aree Interne». Il convegno ha visto una nutrita partecipazione di pubblico, nel quale come GAV (Gruppo Architetti Vallo di Diano) eravamo presenti da semplici spettatori. Si sono susseguiti diversi interventi, alcuni di carattere più istituzionale, altri più tecnici. Non è questo il luogo per riportare dettagliatamente la successione e il contenuto di ogni singolo intervento. Più indicato ci sembra mettere a fuoco gli aspetti tecnici della questione, i quali sembrano spiegare in modo meno emotivo le ragioni dell’opposizione unanime a qualsiasi iniziativa che veda questo territorio oggetto di strategie di sfruttamento petrolifero. Anche se l’oggetto della richiesta della Shell riguardava “solo” l’installazione dei geofoni per una campagna di prospezioni che avrebbe potuto avere anche esito negativo, si deve osservare come si sarebbe trattato in ogni caso di indagini del tutto superflue dal momento che in caso di presenza di petrolio questo non potrebbe comunque essere sfruttato. Per capire il perché di questa conclusione è utile seguire nel dettaglio l’intervento del Prof. Ortolani, ordinario di geologia e direttore del dipartimento pianificazione del territorio della Federico II.

© Settimio Rienzo
© Settimio Rienzo
© Settimio Rienzo
© Anna Marmo
© Anna Marmo

Il prof. Ortolani ha cominciato la sua relazione con un’osservazione sui diversi regimi di tutela che riguardano il Monte Cavallo, il quale ricade, come già detto, in un Parco Nazionale, in un’Area protetta e in zone SIC e ZPS. Nel Parco è esplicitamente vietata l’attività petrolifera, mentre nelle zone SIC e ZPS no. Infatti la richiesta della Shell riguardava queste ultime e non il Parco. Di fatto però è la stessa idrogeologia, quella del Monte Cavallo, a ricadere in zone di tutela diverse e non è pensabile che si possa, solo per questo, trattare in modi diversi un medesimo problema. Questo infatti non è definito dalle forme di tutela di superficie, ma dalla particolare natura idrogeologica di cui si tratta. Si è infatti in presenza di un vero e proprio “serbatoio idrogeologico”, quello dei Monti della Maddalena. Un serbatoio idrogeologico è una risorsa idropotabile gratuita che fornisce l’acqua per tutti gli usi da centinaia di migliaia di anni e che continuerà a farlo per l’eternità, se solo avremo il buon senso di non intervenire maldestramente in questo sistema naturale addirittura inquinandolo. L’attività petrolifera mette a rischio una risorsa illimitata e non una fornitura destinata comunque ad esaurirsi. Se però si vanno a scandagliare le norme si scopre che in fondo non c’era, almeno fino al provvedimento della Regione Campania del 24 marzo, nessuna norma stringente che impediva le attività petrolifere sui serbatoi idrogeologici. L’unica norma esplicita era infatti quella, già evidenziata, del Parco dell’Appennino Lucano. I Monti della Maddalena sono rocce calcaree, acquiferi carsici, cioè rocce che al loro interno sono piene di cavità in cui l’acqua scorre fuoriuscendo in diversi punti sorgivi. È l’Eni stessa (che estrae petrolio in Val D’Agri) in un suo testo, a descrivere gli acquiferi carsici come una risorsa preziosissima da preservare in ragione della fragilità della loro natura molto esposta ai rischi di inquinamento. La Provincia di Salerno nel 1994 commissionò uno studio scientifico sugli acquiferi carsici, studio che si chiuse nel 1999, con la conclusione sulla loro preziosità e allo stesso tempo sulla loro delicatezza estrema dovuta alla facilità con la quale si possono inquinare. Sarebbe necessaria perciò una tutela mirata dei serbatoi idrogeologici in quanto tali (come appunto prevede il successivo provvedimento regionale). Nel caso dei Monti della Maddalena il problema è amplificato proprio dalla sua natura carsica. Se, ad esempio, si dovesse rompere un tubo estrattivo in un contesto di terreno argilloso, le conseguenze sarebbero diverse da quelle che si avrebbero in un acquifero carsico perché, nel primo caso, l’argilla non permetterebbe la propagazione dell’inquinante petrolifero intrappolandolo con la sua impermeabilità, mentre, nel secondo caso al contrario, la porosità carsica non potrebbe impedire la propagazione irreversibile dell’inquinante in tutto il bacino idrogeologico.

Al di sotto di questo territorio ci sono delle faglie attive, che ad intervalli ciclici innescano dei movimenti sismici. Questo problema si sovrappone ad un altro. Tutto l’Appennino si muove lentamente ma costantemente verso l’Adriatico, da uno a tre millimetri l’anno. Si tratta di un movimento piccolo, però di fatto al di sotto della Val D’Agri molte perforazioni fatte solo vent’anni fa, in ragione di questo movimento, che può accoppiarsi a quello delle faglie, sono già deformate. Cioè le perforazioni si deformano perché la roccia si muove nel sottosuolo. Dal momento che la deformazione è progressiva, si può arguire che prima o poi, giocoforza, i tubi dei pozzi estrattivi si rompono, infatti nessuno è in grado di garantire la tenuta dei tubi verticali. C’è anzi, spiega il prof. Ortolani, una pubblicazione scientifica basata su dati messi a disposizione da Eni ed elaborati dall’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), che evidenzia le deformazioni subite dai pozzi a causa dei movimenti delle masse di roccia in profondità sulle faglie attive rilevate e monitorate, in questa pubblicazione sono evidenziate le “nuove rotture” oltre alle deformazioni. Le rotture sono quindi dati già accertati e non soltanto ipotesi logiche.

La relazione del prof. Ortolani ha chiarito dunque come, nel caso specifico, la risorsa idrica a tempo indeterminato, sia il vero valore da tutelare, anche di fronte al valore economico preponderante (ma solo nel brevissimo periodo) della eventuale risorsa “petrolio”. Ed è questo principio ad aver fondando tecnicamente il presupposto del giusto provvedimento della Regione.

30 marzo 2017

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